Docenti analfabeti e dove trovarli 😣
Per il lavoro che svolgo, quotidianamente mi capita di leggere lettere e messaggi scritti da persone in cattedra. Ma troppo spesso questi testi sembrano essere stati prodotti dall’ennesimo leone da tastiera che vomita il suo mediocre qualunquismo sulle pagine di un social network.
Un docente, o una docente, che si esprime male mi dà sui nervi. So già che non è affatto difficile trasformarmi in un vecchio inacidito, attaccato come una piattola alla sua preziosa grammatica purista. Ma l’irritazione gastrointestinale che mi procurano i cretini con la laurea è tale che in certi momenti vorrei che il reato di percosse fosse stato depenalizzato.
Aldilà dei miei vaniloqui (la rabbia repressa e mal incanalata è la madre della misantropia), le motivazioni per cui persino il collega di “dattilografia comparata” debba parlare e scrivere bene sono fondamentalmente due:
in diversi documenti programmatici ministeriali, primo tra tutti le Indicazioni nazionali per il curricolo, viene ribadito sistematicamente il concetto che l’educazione linguistica delle presenti e future generazioni di apprendenti debba essere una responsabilità condivisa tra tutti i membri del corpo docente;
l’acquisizione di una lingua, o di una sua varietà , avviene tramite un’esposizione quotidiana e prolungata nel tempo.
Se voglio imparare l’inglese, sarà certamente una buona idea trasferirmi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Con un qualsiasi processo di apprendimento formale, non è garantito conseguire efficacemente e in tempi brevi il possesso di una L2; anzi spesso i corsi di lingua sono inutili; se lo mettano in testa, una volta, per tutte quelle frigide "psicofregne" che insegnano una lingua straniera, parzialmente responsabili di tanti disagi giovanili. E dunque, anche l’italiano più formale potrebbe essere gestito meglio dal parlante se quest’ultimo lo praticasse tutti i giorni, in famiglia, a scuola, nei luoghi di lavoro. Non a caso, gli studenti linguisticamente più performanti sono quelli che provengono da contesti sociali frequentati fondamentalmente da uomini e donne che hanno un buon rapporto con lo studio. A volte immagino quanto potrebbe essere soddisfacente svelare che la pera non cade troppo lontano dall’albero a quei genitori che bollano come risvolti di un disturbo specifico dell’apprendimento (o meglio ancora, di un bisogno educativo speciale) i deludenti risultati scolastici della loro prole. Tuttora, sono convinto che non sia in atto alcuna epidemia di dislessia, che i cosiddetti “falsi positivi” siano più numerosi di quanto si possa immaginare.
In vent’anni di insegnamento avrò incontrato un paio di dislessici autentici: il primo, dopo aver scoperto l’esistenza degli audiolibri, ha “letto” in una notte La Coscienza di Zeno di Italo Svevo; il secondo era un mostro di sarcasmo, capace di un umorismo inaudito; le sue battute di spirito, intelligentissime e tempestive, provocavano nei compagni di classe singhiozzi e crampi allo stomaco dalle risate; ebbene, questo quattordicenne impiegava fino a cinque minuti per leggere (e comprendere) appena due stringhe di testo.
È davvero curioso che il catastrofismo sia un contegno selezionato quasi esclusivamente dai membri del novero degli incolti ("gli studenti di oggi non sanno più scrivere!", "Il livello si è abbassato notevolmente!", "Dove andremo a finire!", "Che umanità ferita!", "Si stava meglio quando si stava peggio!").
A scuola il PDP diventa la panacea di tutti i mali. Si blatera di inclusione, didattica innovativa: distruggiamo la vecchia scuola! Fuori i dinosauri dalle aule! E tanti altri bei proclami. Possibile non sia mai venuto in mente a nessuno che il problema potrebbe essere rappresentato dal diffuso e basso livello culturale della società italiana contemporanea? I fenomeni da circo che quotidianamente incontro evitando uno scontro, soprattutto sull’autobus che mi porta a scuola, sono una testimonianza eloquente di un mondo in cui ci si limita soltanto a riconoscere l’importanza della cultura. Ma non intendo approfondire quest’ultima questione: non ne è la sede opportuna, e vorrei riportare il focus sull’argomento principale del presente articolo, ovvero l’importanza di una solida competenza linguistica da parte di chi siede in cattedra.
Gli e le insegnanti non dovrebbero mai e poi mai dare per scontata la propria formazione culturale: il diploma di laurea non deve rappresentare la legittimazione del proprio ruolo. Chi insegna dovrebbe essere selezionato anche sulla base del suo modo di esprimersi, delle sue conoscenze grammaticali, della sua capacità di modulare diversi stili di scrittura, della padronanza del registro più alto e formalmente sostenuto dell’italiano comune. Ciò è fondamentale, perché per la qualità dell’eloquio e della scrittura delle generazioni in formazione sono decisive le scelte degli adulti di riferimento, insegnanti e responsabili della potestà genitoriale: quanto è importante per mamma e papà l’istruzione dei loro pargoli? Quanto sono efficaci, coerenti, coese, logiche e razionali le prassi di insegnamento degli insegnanti responsabili in prima persona della formazione linguistica delle future generazioni? I genitori non possono non remare nella stessa direzione della scuola (ma quanto sono cringe le mamme che al primo cinque inviano una e-mail minatoria al Dirigente Scolastico!), e gli insegnanti non possono non impegnarsi e non offrire a pirulini e piruline un'intelligente e approfondita riflessione metalinguistica e variegati modelli di riferimento: si apprende per imitazione (almeno gli esseri umani imparano emulando) e ogni insegnante (anche il suddetto docente di dattilografia comparata) può offrire riferimenti linguistici esemplari.
Sfortunatamente, ogni giorno almeno una collega o un collega riescono, nella loro inconsapevolezza, a dimostrare che lo stato di minorità linguistica sia una condizione diffusa anche tra coloro che vengono stipendiati per istruire.
Non ho mai condotto in proposito una ricerca sistematica e non posseggo in merito dati quantificabili. Tutto ciò che ho è un nutrito gruppo di manifestazioni verbali scritte (testi di e-mail, messaggi istantanei) che da sole non costituirebbero affatto un pretesto per lanciare l’allarme. Immagino, però, che gli orrori linguistici possano essere paragonati alle cartacce che i cittadini meno civili buttano incautamente per strada: il gesto singolarmente sembra insignificante, innocuo, ma se assommato ad altre analoghe manifestazioni possono rappresentare un imminente disastro ambientale.
Una breve rassegna di tre esempi rappresentativi chiarirà il tenore delle mie inquietudini:
Sono assolutamente d’accordo che la pratica dell’italiano digitato ci abbia disabituato alla revisione formale conclusiva e alla pianificazione testuale, ma si tratta pur sempre di interventi verbali di insegnanti, cioè coloro che per professione, non per vocazione, dovrebbero essere i corifei del rigore.
In riferimento al Capolavoro A, siamo tutti consapevoli che il participio passato del tempo composto non deve concordare in genere e numero con l’oggetto diretto, vero? È sufficientemente chiaro che un accento grafico ha come scopo la discriminazione di due distinte parti del discorso omografe (ne/né, ce/c’è)? Ammettete tutti che un primo errore di ortografia sia frutto di una scarsa dimestichezza con la tastiera del cellulare (sfacello), ma che per due l’autore del testo meriterebbe un ceffone? I pirulini e le piruline non possono abbandonare l’aula di lettere, in cui hanno sgranato gli occhi come procioni di fronte ai fari di un tir, contemplando il docente declamare i versi di Guido Cavalcanti, e approdare poi in un polveroso e caotico laboratorio di scultura, dove il docente potrà forse insegnare la realizzazione di un bozzetto in argilla, ma certamente non è in grado di valutare la chiarezza e la qualità linguistica della relazione scritta di un progetto di decorazione pittorica.
Come può aver conseguito la laurea in architettura una minotaura di 52 anni, forse convinta che sia una passeggiata improvvisarsi insegnante di matematica, ma che non esita a presentarsi ai colleghi sfoggiando un clamoroso accusativo preposizionale (Capolavoro B)?
Come, come? Che cos'è un accusativo preposizionale? Cercherò di spiegarvelo nel modo più semplice possibile.
Il verbo conoscere è un verbo transitivo, ovvero può essere seguito da un oggetto diretto (meglio conosciuto come complemento oggetto), ossia un sostantivo, un nome proprio, un infinito sostantivo, mai preceduti da una preposizione semplice o articolata (a, della, fra, sopra, del etc.): a Cave conosco tutti; non conosci le buone maniere?; tutti conosciamo Goffredo Pelacani, Paolo conosce lo star bene.
Pertanto, se dopo il primo giorno di scuola, tornassi a casa, incontrassi la mia vicina e le riferissi che "oggi ha scuola ho conosciuto alla mia nuova classe", utilizzerei in quel caso un accusativo preposizione, ovvero un complemento oggetto travestito da complemento di termine.
E infine, davvero l’insegnante che invia una e-mail all’intero collegio dei docenti, sfoggiando una sottile superbia (dopo aver discusso la mia tesi di laurea), ritiene che la promozione di un progetto didattico extracurricolare possa prescindere completamente dalla cura formale della sua comunicazione scritta? Come può chi ha scritto una “tesi di laurea” inserire una virgola all’interno di un sintagma preposizionale?
Immagino si tratti comunque, e fortunatamente, di una percentuale irrisoria di docenti linguisticamente poco performanti: molti, moltissimi miei colleghi posseggono un eloquio e una scrittura formalmente corretti e molto raffinati, e alcuni di essi hanno alle spalle percorsi di alta formazione, sono autori di saggi, articoli di giornale, romanzi, liriche. Insomma, il sistema di istruzione formale in Italia si avvale di insegnanti più che adeguati al ruolo che ricoprono. Purtroppo, le testimonianze che ho raccolto in questo post sono tutte e tre relative all'ultimo anno scolastico 2025/2026, e tutte provengono dalle chat di Whatsapp e dal sistema di comunicazione telematica in cui sono coinvolto io medesimo.
Non intendo salire in cattedra, non sostengo di essere il miglior docente di lingua italiana attualmente in circolazione, ma adoro il mio lavoro e ne ravvedo la fondamentale importanza per la vita quotidiana e futura dei miei apprendenti: il pieno possesso della lingua è una chiave in grado di aprire moltissime porte. Chi padroneggia la lingua di scolarizzazione può accedere ai contenuti culturali più elaborati e complessi, può aspirare al raggiungimento di una preparazione più completa da quella dei propri genitori i quali, forse, non hanno avuto nemmeno l'opportunità di completare i percorsi di istruzione formale basilari. Approfondire le proprie competenze linguistiche, inoltre, consente lo sviluppo del pensiero critico.
Ogni lingua, nella sua varietà più formale, si conquista comunque attraverso l'attenta osservazione, e l'emulazione, di specifici modelli linguistici: per questo l'educazione linguistica solitamente impartita a scuola, in Italia, non prevede soltanto la riflessione metalinguistica, ma anche il confronto e l'analisi di testi scritti esemplari, come ad esempio le prose e le poesie della nostra tradizione letteraria.
A mio avviso, a conclusione del famigerato "anno di straordinariato", necessario per la conferma dell'assunzione del o della docente a tempo indeterminato, ogni insegnante dovrebbe dimostrare di parlare e scrivere in forme sufficientemente corrette e decenti.
Così parlò Zarafrusta.



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